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Libia: Berlusconi e le occasioni dell’Italia

In Attualità on 25 febbraio 2011 at 15:04

Roma, 25 feb (Il Velino) – La telefonata di Barack Obama a Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy e James Cameron segna un punto di svolta pratico e politico nella crisi libica, ma anche e soprattutto uno spartiacque per il ruolo attuale e futuro dell’Italia, e del capo del governo in particolare. Anche ai fini della politica interna. In questi giorni l’opposizione si è ingegnata a dipingere un Berlusconi quasi isolato dal consesso internazionale a causa della sua eccessiva benevolenza verso Gheddafi. In realtà, come ha notato giorni addietro Sergio Romano sul Corriere della Sera, quello del premier è stato soprattutto un fatto di stile, non di sostanza. Il vero sdoganamento del raìs è stato deciso e attuato dagli Usa, in particolare dall’amministrazione Bush quando ha lanciato la sua teoria delle alleanze a geometria variabile contro Al Qaeda. Washington ha sospeso le sanzioni alla Libia nel 2004 e cancellato Tripoli dalla black list degli stati canaglia nel 2006, invitando anzi le aziende americane a investire nel paese del Colonnello. A ruota il governo inglese ha liberato il capo del commando di Lockerbie, Abdel Basset al-Megrahi, mentre la Bp firmava l’accordo per il suo maxi-giacimento. La realpolitik domina notoriamente la politica estera. Ancora di più in un momento come questo, nel quale l’Occidente rischia di farsi sfuggire di mano la situazione nello scacchiere strategico del Maghreb sostanzialmente per tre fattori: le passate indecisioni di Obama, l’assenza assoluta di strategia e coordinamento dell’Unione europea e dei singoli governi europei e soprattutto l’urgenza di capire come è davvero nato questo strike che ha colpito in neppure un mese Ben Alì, Moubarak, Gheddafi e in un futuro prossimo probabilmente l’algerino Boutifleka. Leggi il seguito di questo post »

Medio Oriente: dalla Tunisia al Libano il vento del cambiamento infiamma la regione

In Attualità on 30 gennaio 2011 at 09:22

Caduta di Ben Alì ha incoraggiato proteste contro gran parte dei governi del Maghreb e del Medio Oriente

Roma, 25 gen. – (Adnkronos/Aki) – Dalla Tunisia al Libano, dall’Egitto alla Giordania, dall’Algeria allo Yemen, il vento del cambiamento rischia di infiammare Maghreb e Medio Oriente con un inarrestabile effetto domino. Disoccupazione, rincaro dei prezzi e fragilita’ politica hanno innescato la miccia della rivolta. E se tutto e’ cominciato nel cuore del Nord Africa, dove la protesta, scatenata dal gesto di disperazione di un giovane ambulante tunisino di Sidi Bouzid che si e’ dato fuoco, ha portato alla caduta del regime di Zine el-Abidine Ben Ali, ora sommosse a catena scuotono l’intera area, da ovest a est. – TUNISIA: Nel paese controllato per un quarto di secolo da Ben Ali e dal suo potentissimo entourage, la ‘Rivoluzione dei Gelsomini’ e’ riuscita in poche settimane a sovvertire il regime e non si e’ placata neanche dopo la fuga dell’ex presidente, il 14 gennaio. Da giorni il governo ad interim deve fare i conti con i manifestanti insoddisfatti dalla composizione dell’esecutivo. Troppi esponenti del vecchio regime nella nuova squadra, accusa la popolazione, la piu’ istruita della regione, che continua a riempire le piazze e che per ora e’ riuscita a ottenere le dimissioni di alcuni ministri dell’opposizone, l’abbandono dell’Rcd, il partito di Ben Ali, da parte di tutti i ministri dell’ex regime e infine lo scioglimento del partito. Secondo dati ufficiali, 78 sono stati i morti nelle prime due settimane di proteste, 100 secondo l’Onu. Scontri di piazza sono in corso anche oggi tra manifestanti antigovernativi e sostenitori dell’esecutivo ad interim. – ALGERIA: Quasi 35,4 milioni di abitanti, un tasso di disoccupazione pari al 10,2%, il paese e’ attraversato da un malcontento fortissimo. Leggi il seguito di questo post »