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Wojtyla, l’Espresso: per Wikileaks Bush lo voleva “arruolare”

In Attualità on 24 aprile 2011 at 09:39

Per avere un atteggiamento favorevole alla guerra in Kosovo e Iraq

(Ansa) – Roma, 21 apr – L’amministrazione americana ai tempi di George W. Bush voleva ”arruolare” Karol Wojtyla cercando una benedizione per la ”guerra giusta” o quantomeno ”una neutralita’ positiva” che non avrebbe compromesso i piani di battaglia americani. I dossier segreti ottenuti da Wikileaks, che L’Espresso pubblica in esclusiva e di cui ha dato un’anticipazione, rivelano le manovre della diplomazia statunitense negli ultimi anni di Karol Wojtyla. Descrivono la collaborazione del Vaticano durante il conflitto in Kosovo, quando Giovanni Paolo II viene convinto a non denunciare i raid contro la Serbia. Ma, secondo quanto riferisce il settimanale, anche sull’Iraq cardinali e alti prelati erano pronti ad aprire le porte di San Pietro alle ragioni di Bush, sostituendo le ”valutazioni morali al pragmatismo su cosa sarebbe successo dopo la rimozione di Saddam Hussein”. Dalle note di Wikileaks emerge che il governo statunitense ha una visione molto laica del Vaticano: ”La Santa Sede dichiara che il fondamento della sua politica estera e’ la difesa della persona umana ma in realta’ spesso agisce come uno Stato-nazione nella difesa di quelli che percepisce come i suoi interessi. Washington invece vuole sfruttare il Vaticano, che ha una rete diplomatica ramificata e potente, per dare piu’ forza alla sua strategia. Il modello e’ l’intesa con Wojtyla contro il comunismo costruita durante la Guerra fredda: Un dialogo con vantaggi reciproci”. Che dopo la caduta del Muro si sarebbe riproposto nei Balcani: ”Il governo statunitense ha coinvolto la Santa Sede per promuovere la soluzione dei conflitti nei Balcani. Durante la campagna aerea della Nato in Kosovo abbiamo lavorato a stretto contatto con il Vaticano per eliminare le sue critiche all’azione militare (una denuncia del Papa della campagna come una ”guerra ingiusta” avrebbe reso la coesione dell’Alleanza molto piu’ difficile da mantenere)”. Dopo l’11 settembre 2001 la Casa Bianca si concentra subito sull’obiettivo principale: ottenere il consenso della Santa Sede a un attacco contro l’Iraq. E’ una questione che viene affrontata in un cablo del 28 settembre 2001: ”Per quanto gran parte dei membri del ministero degli Esteri vaticano potrebbero essere personalmente in favore di una risposta aggressiva, la posizione ufficiale della Santa Sede sara’ basata sulle preoccupazioni geopolitiche del Vaticano. In questo specifico conflitto, l’Iraq e’ prevalente nelle loro preoccupazioni. Ogni rappresaglia che dovesse includere l’Iraq minerebbe la positiva neutralita’ del Vaticano”. In due anni l’azione statunitense convince le autorita’ vaticane della necessita’ di rimuovere dal potere il dittatore di Baghdad e ottiene un sostanziale via libera a un’iniziativa militare sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il 6 febbraio 2003, all’indomani del celebre discorso all’Onu in cui vengono mostrate le presunte prove sulle armi di distruzioni di massa di Saddam l’ambasciatore americano incontra monsignor Franco Coppola, responsabile per il Medio Oriente. Il prelato dice che ”il Vaticano ”non e’ contrario” al fatto che Saddam sia una minaccia per il mondo e per il suo popolo e che dovrebbe essere rimosso”. E’ la prima apertura al cambiamento di regime: ”Mentre la Santa Sede intensifica il suo impegno per evitare la guerra, ha cominciato a spostare la sua enfasi dagli argomenti morali sulla guerra preventiva a argomenti strategici piu’ pragmatici”. E quando i marines entrano a Baghdad, davanti al falco neocon Bolton tre cardinali chiave – oltre a Tauran, Camillo Ruini e James Stafford – paiono pronti a dimenticare e perdonare: ”I tre cardinali hanno espresso il loro ”rispetto” per la difficile decisione che il presidente Bush ha preso e il loro apprezzamento per gli sforzi americani per evitare perdite civili… Tauran e i suoi colleghi hanno reso chiaro che non intendono proseguire nel dibattito sulle motivazioni della guerra ma guardano oltre al futuro dell’Iraq e ai bisogni della popolazione”. E Ruini dichiara: ”Se il futuro andra’ bene, il passato perdera’ la sua importanza”.

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