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Italia 150: brava Italia, forse no. Gli storici si dividono

In Regno d'Italia (1861-1946) on 16 marzo 2011 at 15:46

L’analisi di Cardini, Crainz, Banti, Gotor sul processo unitario.

(Dire) Roma, 15 mar. – Sembra facile. Interpretare l’Unita’ d’Italia, ‘esporre, dichiarare il sentimento’ verso un momento storico. Detto cosi’, sembra facile, appunto. Ma chiedetelo a una comunita’ di storici: difficile come un ago in un pagliaio trovare due interpretazioni – appunto, due sentimenti – che seguano una linea comune. Soprattutto se si tratta di parlare delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia: di leggere, quindi, gli eventi di ieri alla luce della realta’ di oggi. Spirito unitario, sentimento nazionale, Stato centrale, federalismo. Sono questi alcuni dei temi – piu’ che mai attuali – affrontati dagli studiosi interpellati dall’agenzia di stampa Dire sul senso di quella storia, sul Risorgimento, le sue eredita’, e le celebrazioni che loro malgrado sono capitate in un 2011 che in quanto a bagarre politica non da’ tregua. Sara’ (anche) per questo che per qualcuno di loro non c’e’ celebrazione che tenga, perche’ l’unita’ del Paese oggi “non sara’ fortificata dalle celebrazioni del 150esimo”. Al centro delle interpretazioni di Franco Cardini, Guido Crainz, Alberto Mario Banti e Miguel Gotor c’e’ la riflessione sullo Stato italiano, sulle sue condizioni di salute, sulle tracce che le dinamiche otto-novecentesche hanno lasciato in questa Italia versione XXI secolo. “Un’occasione per ripensare il modello unitario prevalso tra il 1860 e il 1870”. Risponde cosi’ Cardini, professore di Storia medievale all’universita’ di Firenze, alla domanda sul senso delle celebrazioni del 150esimo in un momento come questo. Un modello, quello unitario, “di cui ultimamente, soprattutto col nuovo assetto della seconda Repubblica, gli italiani hanno accettato una ridefinizione in senso federalistico”. Ecco, il federalismo: e’ un “cambiamento di indirizzo” quello che centocinquant’anni dopo l’Unita’ d’Italia sta avvenendo nel Paese con la svolta federalista, che secondo Cardini ai tempi dell’unita’ “era molto piu’ adatta alle posizioni di un Paese che, come l’Italia, e’ a carattere policentrico e municipalistico”. Ma se ieri “il centralismo si e’ affermato con la forza delle armi e con l’ideologia di alcuni gruppi”, il federalismo di oggi non si puo’ fare senza il “rispetto delle nostre tradizioni” e “un confronto serio”. Ma su questo ne’ “la scuola, che e’ distrutta”, ne’ “l’universita’, che e’ in ginocchio”, possono dare un contributo. “Dovrebbero, ma sono impotenti perche’ combattono soltanto con i tagli”. E invece e’ dalla scuola che bisognerebbe ripartire: “L’Unione europea c’e’ da molti decenni, ma ancora non si e’ riusciti a proporre negli istituti un manuale comune di storia condivisa europea che tutti i bambini dovrebbero imparare”. La scuola, si’. Ma per studiare che cosa? Per Alberto Mario Banti, professore di Storia contemporanea all’universita’ di Pisa, “della scuola e’ curioso l’impianto didattico, il modo in cui per esempio si studia la letteratura dall’Ottocento. Senza che ce ne rendiamo conto, e’ di un nazionalismo forsennato”. E nazionalismo non vuol dire unita’, che invece “dobbiamo difendere a tutti i costi, ma ho qualche dubbio che la celebrazione del Risorgimento dia un contributo” visto che “e’ un’esperienza molto lontana”. Invece c’e’ qualcosa di piu’ vicino a noi, qualcosa che varrebbe la pena conoscere meglio: la Costituzione. “Perche’ non fare un rituale collettivo per cui il 2 giugno, per festeggiare la Repubblica, coloro che raggiungono i 18 anni mostrano di conoscerla e giurano fedelta’ alla Costituzione?”. Banti lancia l’idea di un “patto” il cui testo fondativo “ci leghi tutti, non in quanto di sangue italiano”, cosi’ come avvenne nel Risorgimento, “ma perche’ condividiamo i valori fondamentali”. Al contrario del Risorgimento, che ha prodotto anche “asimmetrie di genere”, oltre a “elementi di continuita’ molto forti con il Fascismo”, per Banti la Costituzione e’ “un organismo che e’ stato eletto da tutti, maschi e femmine, adulti e adulte. Non ha prodotto conflitti violenti, ma un testo su cui c’era accordo”. Il Risorgimento sara’ pure lontano, ma per Miguel Gotor, professore di Storia moderna all’universita’ di Torino, la svolta che ha prodotto grazie “all’unita’ politica raggiunta nel 1861 ha portato vantaggi” da molti punti di vista: “Sul piano dei rapporti con gli altri Paesi europei”, per esempio, perche’ “l’Italia fino ad allora era sempre stata divisa in piccoli Stati. Era quindi piu’ debole sul piano politico e militare, ma anche economico”. E visto che non bisogna dimenticare che la storia ha tempi lunghi, “cio’ che l’Italia ha fatto in 150 anni, solo 150 anni, e’ moltissimo, perche’ la costruzione di un’identita’ nazionale e’ un processo plurisecolare, non si costruisce in una o due generazioni”. Dall’unita’ a oggi, Gotor e’ convinto che “l’Italia, anche aiutata da tecnologie che prima non c’erano, ha fatto moltissimo. Pensiamo anche solo alla lingua, e all’amministrazione”. E le divisioni? Le critiche sul processo unitario guidato solo dalle elite? Per Gotor “l’idea di una unita’ nazionale imposta dall’alto e subita dal popolo e’ un vecchio arnese interpretativo”, tanto che “l’identita’ italiana e’ una delle piu’ forti al mondo, perche’ e’ il prodotto di un processo millenario. Noi- spiega- siamo una delle poche civilta’ che puo’ prendere in mano un testo del 1200 e capirlo oggi”. La civilta’, la cultura: elementi di prim’ordine nell’analisi dello storico. Ma come la mettiamo oggi con la crisi e i tagli e tutto il resto? “Male. Da questo punto di vista ci sono delle responsabilita’ non astratte, ma di chi governa”. Del resto, anche queste celebrazioni “sono state e sono in tono minore rispetto a quelle di 50 anni fa, ma ci sono delle ragioni politiche per cui questo avviene: il presidente del Consiglio non era a Reggio Emilia con Napolitano”, per esempio. Allora forse non e’ un caso se proprio in questi ultimi anni l’Italia ha visto diminuire l’affezione degli italiani alle sue istituzioni e aumentare il divario tra politica e societa’. Una cosa e’ certa: “Non e’ colpa delle differenti realta’ alla vigilia dell’unita’” se oggi l’Italia e’ quella che e’. Piuttosto “chiediamoci che cosa significa essere italiani”. Secondo Guido Crainz, professore di Storia contemporanea all’universita’ di Teramo, non ci sono scuse: “Troppo comodo” collocare “le radici dei nostri mali e delle nostre carenze attuali in un astorico ‘carattere degli italiani'”. Certo, nella definizione del processo unitario “le differenze pesarono, ma 150 anni di storia unitaria avranno ben portato qualche modificazione, nel bene come nel male, e su queste e’ forse bene riflettere”. E farsi delle domande: “Che Paese siamo oggi? Che cosa significa essere italiani? C’e’ ancora una cultura italiana?”. Non c’e’ celebrazione che tenga, “senza rispondere non riusciamo a misurarci davvero con il nostro presente, e ancor di piu’ con il nostro futuro”. A proposito di futuro, c’e’ un aspetto che per Crainz lega Risorgimento, Resistenza, eta’ repubblicana: “I giovani”. L’autore di ‘Autobiografia di una Repubblica’ non enfatizza manifestazioni, cortei e movimenti, perche’ “molte ragioni indurrebbero al pessimismo”, ma ammette che per avere “qualche speranza” o anche solo “l’illusione”, e’ bene “giocare di memoria: periodicamente i giovani sono stati sottovalutati, e ne sono venute molte sorprese”. Come “alla vigilia del ’68”, ricorda Crainz, quando “quella generazione (la mia) era considerata del tutto integrata e passiva, fu coniata addirittura una definizione: la ‘generazione delle tre M’ (macchina, moglie, mestiere)”. Ma “grazie a dio la storia e’ piena di sorprese”.

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