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Medio Oriente: dalla Tunisia al Libano il vento del cambiamento infiamma la regione

In Attualità on 30 gennaio 2011 at 09:22

Caduta di Ben Alì ha incoraggiato proteste contro gran parte dei governi del Maghreb e del Medio Oriente

Roma, 25 gen. – (Adnkronos/Aki) – Dalla Tunisia al Libano, dall’Egitto alla Giordania, dall’Algeria allo Yemen, il vento del cambiamento rischia di infiammare Maghreb e Medio Oriente con un inarrestabile effetto domino. Disoccupazione, rincaro dei prezzi e fragilita’ politica hanno innescato la miccia della rivolta. E se tutto e’ cominciato nel cuore del Nord Africa, dove la protesta, scatenata dal gesto di disperazione di un giovane ambulante tunisino di Sidi Bouzid che si e’ dato fuoco, ha portato alla caduta del regime di Zine el-Abidine Ben Ali, ora sommosse a catena scuotono l’intera area, da ovest a est. – TUNISIA: Nel paese controllato per un quarto di secolo da Ben Ali e dal suo potentissimo entourage, la ‘Rivoluzione dei Gelsomini’ e’ riuscita in poche settimane a sovvertire il regime e non si e’ placata neanche dopo la fuga dell’ex presidente, il 14 gennaio. Da giorni il governo ad interim deve fare i conti con i manifestanti insoddisfatti dalla composizione dell’esecutivo. Troppi esponenti del vecchio regime nella nuova squadra, accusa la popolazione, la piu’ istruita della regione, che continua a riempire le piazze e che per ora e’ riuscita a ottenere le dimissioni di alcuni ministri dell’opposizone, l’abbandono dell’Rcd, il partito di Ben Ali, da parte di tutti i ministri dell’ex regime e infine lo scioglimento del partito. Secondo dati ufficiali, 78 sono stati i morti nelle prime due settimane di proteste, 100 secondo l’Onu. Scontri di piazza sono in corso anche oggi tra manifestanti antigovernativi e sostenitori dell’esecutivo ad interim. – ALGERIA: Quasi 35,4 milioni di abitanti, un tasso di disoccupazione pari al 10,2%, il paese e’ attraversato da un malcontento fortissimo. Dal 12 gennaio si sono registrati otto casi di auto-immolazioni. Sabato scorso la polizia ha represso con la forza i manifestanti ad Algeri, fermando la loro marcia verso il Parlamento. Il bilancio e’ stato di diversi feriti. Intanto il governo algerino ha dovuto mettere in atto un piano per arginare le proteste, intervenendo sull’aumento dei prezzi. In particolare, sono stati ridotti i costi dei generi alimentari di base e sono state promesse sovvenzioni sul grano, il latte e l’elettricita’. EGITTO. L’alto tasso di disoccupazione, l’uso della forza da parte della polizia e la violazione dei diritti umani sono all’origine delle proteste che covano da giorni e che sono esplose oggi, con una manifestazione che scuote tutti i principali centri del paese. Una popolazione di 84,5 milioni di abitanti fa i conti con il 9,4% di disoccupazione (dati 2009). Il regime del presidente Hosni Mubarak, 82 anni e da tre decenni al potere, offre poche chance alla popolazione per esprimere il proprio malcontento. La corruzione dilagante nelle istituzioni, lo stato di emergenza in vigore e le condizioni economiche hanno portato alla fine gli egiziani a esprimere la propria frustrazione in manifestazioni di protesta. La chiamata alla piazza è stata fatta tramite Facebook e Twitter, come già in Tunisia, dimostrando come anche il popolo egiziano, con standard di istruzione meno elevati, inizi ad accedere facilmente ai social network e ne faccia una strumento di lotta. Anche qui, come in Tunisia e Algeria, sono stati registrati casi di autoimmolazione. LIBIA. Un altro caso emblematico è la Libia, dove il colonnello Muammar Gheddafi e’ al potere da 41 anni. Fermo sostenitore del presidente tunisino Ben Ali, dopo la sua deposizione ha manifestato i suoi timori di un effetto domino, affermando: ”Non c’e’ nessuno che possa governare la Tunisia meglio di Zine, la Tunisia ora vive nella paura”. In Libia, che conta una popolazione di 6,5 milioni di persone e un tasso di disoccupazione che nel 2005 era al 13%, le proteste di piazza sono vietate. Nonostante questo, qualche manifestazione si è svolta di recente ad al-Bayda. MAROCCO. Unico paese dell’area risparmiato dall’ondata di proteste, il Marocco affronta come la Tunisia un difficile momento economico. Nello stato con 32,3 milioni di abitanti e il 10% di disoccupati, inoltre, la reputazione della famiglia reale è stata danneggiata dai file di Wikileaks, nei quali si denuncia una ”avidita’ feroce” dell’entourage di re Mohammed VI. Ma la monarchia, forte del sostegno di ampi settori della società, e’ stata finora in grado di contenere le proteste. GIORDANIA. In cinquemila sono scesi in piazza nelle scorse settimane in Giordania, per protestare contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. Nel paese che ha una popolazione di 6,5 milioni di persone, i senza lavoro sono il 14% secondo stime governative e il 30% secondo dati non ufficiali. I manifestanti hanno chiesto al primo ministro Samir Rifai di dimettersi e il governo ha dovuto promettere uno stanziamento di 211 milioni di euro per aumentare gli stipendi e tagliare i prezzi dei beni di prima necessita’. Le manifestazioni sono state organizzate dai Fratelli Musulmani e dal Fronte di Azione Islamica (Iaf), che hanno definito questi interventi non sufficienti per debellare la povertà che dilania il paese. La presenza di una solida monarchia, benvoluta da ampi settori della società, differenzia la Giordania dagli altri Paesi scossi dalla rivolta popolare. Il re Abdullah non e’ nel mirino dei manifestanti, che finora hanno condotto proteste pacifiche. Anche le forze dell’ordine non hanno fatto ricorso alla forza e non hanno eseguito arresti. YEMEN. Con l’esplodere delle proteste in Tunisia, i leader dell’opposizione yemenita hanno annunciato un ”terremoto politico” anche nel loro paese e l’inizio del conto alla rovescia per l’era del presidente Ali Abdullah Saleh. In carica dal 1978, fino al 1990 Saleh ha governato lo Yemen del Nord, per poi diventare presidente del paese unificato. Il malcontento serpeggia da quanto si è concretizzato il rischio di una riforma elettorale che potrebbe abolire il limite dei due mandati presidenziali consecutivi, mantenendo Saleh come presidente a vita. Ormai da anni, inoltre, il paese è dilaniato dalle rivendicazioni indipendentiste del sud, dalla rivolta sciita nel nord e dalla crescente minaccia di al-Qaeda. Nei giorni della ‘Rivoluzione dei Gelsomini’, manifestazioni massicce si sono svolte a Aden, citta’ principale del sud dello Yemen, mentre altre, organizzate dagli studenti universitari, sono state represse nella capitale Sana’a e in altri centri. Ma le differenze con la Tunisia sono troppo marcate perché si produca un effetto domino. Un dato su tutti: in Yemen solo il 30% della popolazione vive in zone urbane e meno della meta’ e’ alfabetizzata, mentre oltre il 70% della classe media tunisina gode di un tasso di istruzione alto, così come alto è il numero di quanti vivono in citta’. Inoltre, la caratterizzazione tribale della societa’ yemenita rende improbabile una coesione sociale come quella dimostrata dai tunisini. LIBANO. La voce dei manifestanti si è fatta sentire forte anche in Libano, dove oggi numerose citta’, da Tripoli al Cairo, sono state teatro di proteste violentissime. In questo caso, tuttavia, non si tratta di manifestazioni contro il governo, ma a sostegno dell’esecutivo uscente e del suo premier, il moderato Saad Hariri. In Libano la tensione è alle stelle da quando si e’ fatto piu’ concreto il rischio che il tribunale internazionale che indaga sulla morte del padre di Hariri, l’ex premier Rafiq, punti il dito contro gli sciiti di Hezbollah, che fino alla scorsa settimana appoggiavano il governo di unità nazionale. La situazione è precipitata in pochi giorni, con le dimissioni dei ministri di Hezbollah, la caduta del governo, il cambio di campo di Walid Jumblat, leader druso ex alleato di Hariri, che venerdi’ ha annunciato il passaggio al fronte guidato da Hezbollah. L’equilibrio del potere si è improvvisamente spostato a favore degli sciiti guidati da Hassan Nasrallah, che sono riusciti a far assegnare a un loro candidato, Najib Miqati, l’incarico di formare il nuovo governo. Da qui le proteste di oggi, invocate da Hariri e poi da lui stesso condannate, quando i centri di Tripoli e Beirut sono finiti in fiamme.

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