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Inghilterra: nel 1980 Londra teneva d’occhio solo il Pci

In Attualità on 30 dicembre 2010 at 23:08

Desecretati cablo diplomatici: governi in crisi per stupidaggini

Londrea – Governi instabili, giochi di potere oscuri e continui walzer di poltrone. Seguire la politica italiana, per i diplomatici britannici di stanza a Roma al tempo della Prima Repubblica, era un mestiere da far girare la testa, oltre che alquanto frustrante. A Londra, infatti, i vertici del Foreign Office non badavano molto alle macchinazioni “di palazzo” e ai frequenti scandali serviti sul palcoscenico della vita pubblica della città eterna. Con una eccezione. Le vicende del PCI. Ecco, quando si trattava del partito comunista italiano le lunghe orecchie dei servitori di Sua Maestà si drizzavano subito suscitando le rimostranze di analisti e diplomatici, che vedevano così il loro lavoro vincolato a un’unica direttrice. Ma anche lì, la svolta era ormai vicina: persino il comunismo stava perdendo l’appeal di un tempo. È quanto emerge da una serie di dispacci diplomatici “confidenziali” e “segreti” datati 1980 desecretati oggi dal National Archive, l’archivio di Stato britannico, visti in anteprima dall’Ansa. Il faldone – antenato dei cablogrammi USA resi pubblici da WikiLeaks – tratteggia l’immagine di un paese che ha esaurito la sua spinta propulsiva ed è incapace di darsi le riforme necessarie a evitare il prevedibile declino. «Abbiamo un problema – scrive il 27 agosto del 1980 Alan Goodison, dell’ambasciata britannica a Roma, a E. A. Ferguson, assistente al sottosegretario di Stato – quando riferiamo sulla politica interna italiana: è complicata, sempre in crisi per ragioni triviali, e di natura ciclica. I governi si succedono tra loro rapidamente ma la medesima armata shakesperiana di ministri domina la scena. A Londra non c’è molto mercato per racconti dettagliati di questo tipo. Noi, quindi, raccontiamo molto poco e il ministero raramente chiede maggiori informazioni. Tranne quando si tratta del PCI. Il che distorce l’immagine che noi abbiamo da offrire». A mutare il quadro di sostanziale disinteresse è la visita di stato della Regina, programmata per l’ottobre del 1980. Londra, a quel punto, decide di attivare le sue sedi e produrre un rapporto sull’Italia da presentare al Joint Intelligence Committee – la commissione di controllo sui servizi segreti. La preparazione del dossier stimola dunque il carteggio tra i funzionari di Roma e il centro analisi dell’FCO. «Lo studio sui partiti politici – scrive ancora Goodison – non credo metta in mostra a pieno le stranezze del sistema. Queste derivano dalla natura della DC. Che è un’entità pervasiva, uno stile di vita più che un partito. Quanto al PCI, lo ribadiamo: non pare possa andare al governo nel prossimo futuro». Ferguson, nella sua risposta, chiede di portare pazienza. I contatti regolari a livello ministeriale non portano maggiori chiarificazioni sulla scena domestica ma rinforzano la sensazione che «la vita politica e ufficiale italiana generi solo un fiume di parole mentre il vero mestiere della sopravvivenza, sociale ed economica, avvenga altrove». Un balletto che «in tempi normali spegne inevitabilmente l’attenzione». «Resta – prosegue Ferguson – l’innegabile interesse nei comunisti. Se le cose dovessero andare male avremmo all’improvviso bisogno di un flusso dettagliato d’informazioni». Detto questo, «la situazione pare naturalmente molte diversa dal 1976-77, quando il fenomeno dell’eurocomunismo era di moda e il rischio d’ingresso nel governo del PCI sembrava reale. Forse ci siamo dimostrati troppo eccitabili e abbiamo legato più del dovuto gli eventi accaduti in Portogallo, Spagna, Francia e Italia. Finchè è plausibile sostenere che il PCI non entrerà al governo – conclude il funzionario – cercheremo di non enfatizzare questo aspetto del caleidoscopio italiano».

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